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S.C.A.I. 2018 @Sternbach

Januar 4, 2018

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Gleich zu Beginn des neuen Jahres legen wir los und laden zum meet&party mit dem Thema Social Change and Innovation. Zentraler Gedanke dabei ist, dass Veränderung im Kleinen beginnt und wir zusammen mehr schaffen können, als jede_r allein. Beim meet&party treffen wir vier Menschen, die alle auf unterschiedliche Art und Weise Innovation und soziale Veränderung vorantreiben.

Laura Moroder (Light Design), Cristoph Kirchler (EcoPassion), Andreas Trenker (Grafik Design) Stefano Fait (Social Anticipation @skopìa) werden uns Interessantes über Licht, Hanf, Design und soziale Regeneration erzählen.

Davon inspiriert wollen wir anschließend feiern! Denn eine Gemeinschaft zu sein, die Dinge verändern kann, ist schon ein toller Anfang und ein guter Grund zum Feiern.

Feier mit uns, werde Teil von Diverkstatt und lass uns herausfinden, was wir zusammen alles verändern können! Wir freuen uns auf dich!

Deine Mitgliedschaft sichert nicht nur dir ein Jahr lang die Vorteile unserer Diverkstatt-Community, sondern trägt auch dazu bei, dass wir weiterhin daran arbeiten können, Bruneck zu einem noch schöneren Ort für uns alle zu machen.

Social Change and Innovation
Be one of us!
Diverkstatt meet&party

Who: Diverkstatt Community
When: 6 January. Open doors 20h
Where: Sternbach Palais, Bruneck
Why: Join our Community, met people, share ideas, enjoy life

Important: This event is free for ARCI Members.
The annual membership (10€) can be awarded at site.

 

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„Italiani a Brunico“. Discorso introduttivo / Eröffnungsrede

November 20, 2017

Gentili signore e signori, è un grande onore per me essere qui oggi a rappresentare questa associazione. DIVERKSTATT è uno dei principali motivi per cui mi sento intimamente legato a questa città. Diverkstatt è nata poco quasi 3 anni fa da un gruppo di amici. Amici che volevano creare occasioni di incontro. Volevano rendere fruibile la cultura in tutte le sue forme ma soprattutto volevano sviluppare comunità e solidarietà.

L’associazione in questi anni è molto cambiata e si è evoluta e questo soprattutto grazie all’interesse e al sostegno di molte persone. In questi anni abbiamo organizzato proiezioni audiovisive come “la mafia uccide solo d’estate” e “blut muss fliessen” e presentazioni di libri e dibattiti – alcuni aventi come tema la storia locale -altri il fenomeno migratorio oppure l’esclusione sociale. Abbiamo anche tematizzato, in una chiave completamente nuova, il tema Heimat, oggi molto discusso in tutte le salse.

Abbiamo non solo parlato, abbiamo organizzato, abbiamo lavorato duramente mettendoci a disposizione di una comunità. Questa comunità però non ha confini e non ha etichette e l’unica cosa che posso dirvi con certezza è che è una comunità fatta di persone. Persone che sono tutte diverse ma hanno allo stesso tempo bisogni simili.

Dopo tre anni posso dire che non è solo Diverkstatt ad avere cambiato un po’ Brunico ma anche Brunico e la sua gente che hanno cambiato un po’ Diverkstatt.Durante le varie collaborazioni con la Biblioteca Civica, il Comune, il Centro Culturale UFO e molti altri attori siamo cresciuti e abbiamo acquistato consapevolezza della nostra missione culturale.

Oggi siamo qui con voi e per voi, e penso che non siamo solo qui per la presentazione di un libro. Senza nulla togliere al magnifico lavoro di Fabian che tra poco avremo l’onore di sentire. Direi che siamo qui, forse, perché ci sentiamo una comunità, e una comunità è fondata sull’incontro e la solidarietà tra i suoi membri.

Permettetemi una breve considerazione. Siamo nell’anno del signore 2017. Molte cose sono cambiate negli ultimi anni e lo vedete tutti chiaramente. In questi tempi di grandi possibilità – che ci vengono offerte in primis dalla tecnica-emergono però anche tante paure e ansie, collegate spesso, proprio a questi cambiamenti e nuove possibilità. E tra tutte le paure, forse ne spicca una in particolare: la solitudine. Credo che molte persone in questa stanza sappiano esattamente di cosa sto parlando. Questa paura però non abita solo nelle persone anziane, anzi,oggi è molto presente anche tra i giovani che per non sentirsi rifiutati o per essere “parte di”- malgrado abbiano mille modi per esprimersi e comunicare- faticano a volte a trovare una via; una via per essere davvero sè stessi e vivere così, in maniera piena le gioie e i dolori della vita.

L’unico vero antidoto alla solitudine credo sia proprio la comunità.Ovvero il prendersi cura dell’altro, assumersi la responsabilità dell’altro,ascoltarlo, cercare di capirlo, aiutarlo; e qui non ci sono solo italiani e italiane, tedeschi e tedesche etc etc… Ci sono semplicemente le persone che ci stanno intorno, a prescindere dalla lingua, dal sesso, dalla provenienza geografica, dalla religione, dal colore della pelle e persino dal credo politico.

Diverkstatt in fondo è proprio questo: una comunità. Una comunità fatta di persone, con le persone, per le persone. Una comunità di persone che si aiutano a crescere e a prosperare nella propria singolare identità. Identità che però non può e non deve diventare la contemplazione narcisistica di sé stessi, perchè altrimenti diventa tossica.

Anche per questo motivo avrei piacere se questo libro e questo evento fossero uno spunto. Uno spunto per ricominciare a comunicare tra di noi, uno spunto per ricominciare a prendersi cura dell’altro e questo non solo all’interno del nucleo familiare, ma anche sul posto di lavoro e nella vita privata. Ricominciare a comunicare però senza avere preconcetti. Perché, credetemi, tutti abbiamo bisogno di amore e comprensione, proprio tutti. In questo, pur essendo tutti diversi, siamo tutti uguali e tutti egualmente meritevoli.

Tornando a noi devo dire che sono davvero felice. Mi rende felice vedere che cosi tante persone abbiano oggi deciso di condividere il proprio tempo qui assieme ad altri. Concludo dicendo che mi auguro davvero che questo non sia un evento funzionale solo a celebrare il passato, ma un invito a riflettere la complessità del presente per affrontare insieme le sfide che ci pone il futuro. Un futuro per questa città, che sogno essere sorretta da un’idea. Un’idea di comunità, che non abbia paura della diversità ma che riesca a trovare in essa la forza per reinventarsi sempre, e mantenere così intatta la propria bellezza.

Noi siamo qui per questo e spero anche voi.

Il Presidente dell’associazione
Matteo Da Col

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Fra memoria collettiva e memoria divisiva. Cosa ci insegna la storia orale sugli “italiani di Brunico”.

November 8, 2017

*Scarica il volantino e condividilo con le persone interessate Flyer Diverkstatt 18.11

Di fronte all’impetuoso flusso di eventi della contemporaneità ci si può domandare come faccia il passato a resistere. Cosa resta del mondo di ieri in una società eterogenea e mutevole, che spesso appare senza memoria?

Questi interrogativi trovano una dimensione particolare nel caso delle comunità periferiche, dove l’esiguo numero di testimoni facilita l’oblio, la perdita di consapevolezza del proprio passato. E una comunità senza passato, che dimentica il proprio passato, rischia di ricadere nella banalità di un dipinto senza colori.

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Copertina del libro „Italiani a Brunico. Alle origini di un percorso“ Autore: Fabian Fistill (ed. Mimesis 2017)

Come agire dunque?

Recuperando quanto rimane della “saggezza popolare”, i racconti della vita in paese, le leggende folkloristiche, l’arte dei lavori manuali e delle ricette tradizionali, tutti gli aspetti della vita quotidiana che tendono a essere tralasciati dalla narrativa storica che ancora oggi rischia di premiare le figure più rappresentative a dispetto degli “ultimi”, o se non ultimi della gente comune. Da qui un libro su Brunico, e in particolare sulle origini della popolazione di lingua italiana della città. Un libro che è innanzitutto una raccolta di testimonianze degli “ultimi fra i primi italiani giunti in città”. Una serie di narrazioni sulle origini familiari, sull’infanzia, sulla vita quotidiana nella cittadina pusterese del primo Novecento e sugli eventi drammatici della guerra. Narrazioni in prima persona, ricche di aneddoti, riferimenti a personaggi più o meno noti, vicende traumatiche ma anche momenti di grande felicità su cui si ritorna con nostalgia. Uno spaccato della vita cittadina partendo da coloro che l’hanno vissuta direttamente, premiando l’autenticità e talvolta anche le rivisitazioni delle testimonianze orali, soggette al trascorrere del tempo, ai ripensamenti e all’oblio.

Recuperare il passato.

Raccontare la storia degli “italiani di Brunico” significa in fondo raccontare anche la storia della città, partendo dagli abitanti che l’hanno fatta vivere, trasformare, crescere. Ascoltare e leggere le testimonianze degli abitanti più anziani significa immergersi in un mondo che oggi difficilmente riusciamo a immaginare. Un mondo più lento, più semplice e più povero, certo, ma anche un mondo in cui per parlarsi ci si trovava in piazza o al dopolavoro invece che su una chat. Un mondo, anche nel piccolo contesto di Brunico, in cui ci si muoveva con i treni a vapore, con il calesse, in cui si andava a lavorare in fabbrica in bici e la domenica si andava in chiesa con l’abito elegante e il cappello. Era però anche un mondo in cui in Alto Adige/Südtirol e a Brunico la divisione del lavoro era netta e discriminante: da una parte a favore della popolazione locale di lingua tedesca, dall’altra a favore degli italiani. Su questa scorta di considerazioni dunque come porsi di fronte a una società che ormai conta più di una persona su dieci di origine straniera, un buon numero di “nuovi cittadini” e una quota crescente di famiglie bilingui/plurilingui?

Cosa ci rimane oggi delle comunità?

Esistono ancora le memorie “collettive”, o esistono piuttosto le memorie “divisive”? Pretendere di rispondere a questi quesiti in poche righe è a dir poco ingenuo, ma meno ingenuo è credere che si possa aprire un dibattito fra la popolazione in cui ognuno torni a porsi certe domande: da dove veniamo? Perché siamo arrivati qua? Perché ho questo nome e questo cognome? Si può costruire una nuova “Heimat” (leggi anche qui e qui) sulla base della consapevolezza dell’eterogeneità sociale che ci caratterizza, o rimane una semplice utopia?

Certo per raggiungere la convivenza ognuno è costretto a rinunciare a una parte di “identità” e a metterne in gioco un’altra, rivendicandola, valorizzandola e condividendola. Per riuscire a creare miteinander è necessario non solo cercare di comprendere l’altro e la sua identità ma riflettere di continuo anche sé stessi e la propria.

Chi fosse interessato alla presentazione del libro “Italiani a Brunico. Alle origini di un percorso” scritto da Fabian Fisttil può partecipare alla presentazione sabato 18 novembre alle ore 10 di mattina presso la Vecchia palestra in piazza Municipio e ritirare una copia gratuita del libro.

****************
*Diverkstatt lavora da anni alla creazione di una piattaforma di incontro, discussione, elaborazione e comunicazione relativa alle specificità del nostro territorio. Lo fa senza visioni preconfenzionate cercando di alimentare un dibattito civile e sociale per rafforzare il sentimento di comunità e di responsabilità civica.

Social Dis-Integration
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Social Dis-Integration

Dezember 26, 2016

Quando un popolo perde il senso della comunità, vengono meno i meccanismi tradizionali che assicurano l’integrazione e la coesione. In assenza di un progetto comune i singoli si isolano smarriti, non sapendo più come agire nei confronti degli altri, insicuri della propria identità. Una generazione non è più in grado di trasmettere all’altra le pratiche e le abitudini che tengono insieme un popolo e la sua cultura; la società perde le sue tradizioni e disperde il proprio patrimonio; nei singoli viene meno il senso di appartenenza.

2016. Anno bisesto, anno funesto.

L’anno 2016 è risultato a tratti un anno drammatico e pieno di eventi che hanno sconvolto intere comunità e moltissimi cittadini e cittadine in tutta Europa. Il bombardamento di informazioni su un mondo pieno di guerre e povertà producono uno stato di ansia e insicurezza in moltissime persone che non riescono a farsi un’opinione strutturata di quello che sta succedendo nel mondo. Inoltre le bufale e la propaganda ci raggiungono quotidianamente colpendo le nostre emozioni e by-passano la nostra ragione e il nostro buon senso. Una diretta conseguenza degli eventi che viviamo (virtualmente e concretamente), è che veniamo spinti e ci spingiamo sempre più in una dimensione individualistica fatta di consumo e cura della sfera privata. Questi fattori fanno percepire la realtà e i relativi problemi così grandi e insormontabili che percepiamo un senso di impotenza verso ciò che succede nel mondo. Tendiamo così a non impegnarci nemmeno un po‘ a provare a fare la nostra parte perché riteniamo sia inutile e sostanzialmente solo uno spreco di tempo.

Le conseguenze sulle persone.

Tutto questo ha però a volte delle conseguenze nefaste per la nostra vita, quella dei nostri cari, dei nostri conoscenti ed in generale per la nostra comunità e per la nostra società. Vediamo chiaramente le situazioni in cui le persone si sentono sole, anche quando „partecipano“, perché i rapporti interpersonali sono svuotati o hanno perso la rilevanza che avevano facendoci sentire inadatti, impotenti, impauriti e soprattutto frustrati. Insieme all’allontanamento dei giovani e dei meno giovani dalle più comuni forme di responsabilità, che sono alla base di una comunità e del suo senso civico, si registra un incremento delle manifestazioni di odio e intolleranza (sia essa razziale, sessuale, religiosa o etnica) sui social media e piattaforme affini. Aizzatori professionali e produttori seriali di bugie sfruttano questo terreno per dirottare il senso di insoddisfazione verso facili bersagli ma al contempo non forniscono nessuna prospettiva, nessuna soluzione e nemmeno una spiegazione funzionale a vivere meglio.

Troppo pessimisti? Niente affatto.

Il pessimismo dell’intelligenza deve avere come complemento un ottimismo della volontà. Capire i limiti della propria influenza sulle cose è importante esattamente quanto la volontà di volere esercitare la propria influenza sul mondo per renderlo, anche se solo in parte, migliore. Dopo il grande shock e l’onda lunga di propaganda etnopopulista del „prima noi“ è di fondamentale importanza rimettersi in gioco e impegnarsi di nuovo quotidianamente per ri-costruire un senso di comunità, di responsabilità e di libertà all’interno della nostra società. Questa operazione è un atto collettivo di solidarietà e passa tra le mani, gli occhi, il pensiero e le azioni di moltissime persone. Ci sono azioni semplici come salutare le persone anziane quando si incrocia il loro sguardo, ascoltare davvero la persona a cui si è appena rivolta una domanda oppure la decisione di fare volontariato e organizzare un evento.

Riprendiamoci le relazioni umane.

Per elaborare una prospettiva di futuro sulla quale investire ancora i nostri sforzi, i nostri sogni e le nostre speranze è prima necessario comprendere che tutto, o quasi, passa per le relazioni sociali che si hanno nel quotidiano. Visto che le persone hanno sempre meno strumenti per relazionarsi autenticamente tra loro, soprattutto al di fuori dei meccanismi consumistici, si crea una mancanza di fondamenti comuni capaci di garantire il rispetto, la sicurezza, la fiducia e la speranza. Come effetto contrario si alimentano quindi l’insicurezza, l’aggressività, il disorientamento e la paura. Se vogliamo tornare ad essere liberi interpreti della nostra vita, dobbiamo di nuovo assumerci le nostre responsabilità quotidiane nei confronti delle persone che incontriamo perché libertà e responsabilità sono intimamente legate e ci offrono la possibilità di essere davvero più felici, insieme.

 

Südtiroler in der Waffen SS
Südtiroler in der Waffen SS
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Südtiroler in der Waffen SS

September 13, 2016

Am 06. April 2016 luden Diverkstatt, die Stadtbibliothek Bruneck und das Stadtarchiv Bruneck zur Buchvorstellung „ Südtiroler in der Waffen-SS“ mit dem Autor Thomas Casagrande.
Er ist damit groß geworden. Schon als Thomas Casagrande klein war erzählte sein Vater ihm voller Stolz von der Waffen-SS und davon, dass er Freiwilliger war. In seiner Kindheit war es wohl etwas Selbstverständliches und all diese Geschichten hatten für ihn etwas Abenteuerliches, ja gar etwas Heldenhaftes an sich.
1990 starb sein Vater bei einem Veteranentreff der Waffen-SS an plötzlichen Herzversagen und Casagrande wurde klar, dass er mehr über den Mann erfahren wollte, der sich mit 19 Jahren in Neumarkt freiwillig zur Waffen-SS gemeldet hatte. Wer war er? Wie erlebte er den Krieg? Was war seine Motivation?
Er beginnt ein Buch zu schreiben. Ein Buch welches die Geschichte von zwei Seiten betrachtet. Er beschreibt seine persönlichen Erfahrungen, sein schwieriges Verhältnis zu seinem Vater, die Vergangenheit seiner Familie und er beschreibt die vielen Recherchen in deutschen und italienischen Archiven und leistet somit einen wesentlichen Beitrag zur geschichtlichen Forschung über die Waffen-SS in Südtirol.
Nach vielen Stunden im Landesarchiv von Innsbruck gelingt es ihm alle militärischen Suchkarten aus der damaligen Zeit zu sichern. Eine Liste, 2.000 Namen, schwarz auf weiß. Darunter auch sein Vater: Otto Casagrande SS-Untersturmführer.
Auch wenn die Liste nicht ganz komplett ist kann man mit seiner historische Studie belegen, dass bis Kriegsende schätzungsweise 3.500 bis 5.000 Südtiroler in die Waffen-SS einrückten. Diese Zahl mag auf den ersten Blick gering erscheinen, setzt man jedoch die Anzahl der SS-Freiwilligen in Bezug zur Einwohnerzahl und vergleicht die Zahl mit anderen volksdeutschen Ländern erkennt man, dass die Rekrutierungsquote der Südtiroler in der Waffen-SS überproportional hoch ist.
Die Gründe dafür sind vielschichtig. Der Ruf der Waffen-SS als „Elitetruppe“. Die Aussicht auf bessere berufliche Chancen und das Bestreben, dem italienischen Wehrdienst zu entgehen.
Die Beeinflussung vom Faschismus war sicherlich der wohl häufigste Beweggrund für die Freiwilligenmeldung. So entschieden sich überdurchschnittlich viele junge Männer für die Waffen-SS in Städten wie Bozen und Meran, da diese besonders stark von der Italianisierung betroffen waren.
Casagrandes Buch und seine Studie sind wichtig. Sie sind wichtig, weil sie ein noch nie dagewesenes Kapitel in der Geschichte Südtirols öffnen. Ein Kapitel welches auch auf der politischen Ebene für viele Jahre geschlossen blieb – die geschichtliche Aufarbeitung vom Faschismus in Südtirol.
Sein Werk ist ein Neuanfang, ein Neuanfang im Sinne von „Endlich wird darüber gesprochen“. Um in die Zukunft zu schauen müssen wir damit beginnen. Wir müssen das Gespräch suchen und uns von einigen vergangen Geschichten und Vorurteilen trennen um zu verstehen wie schön unser Südtirol von heute ist. Ein Südtirol voller ethnischer Vielfalt. Ein Südtirol welches die Brücke zwischen der deutschen und italienischen Kultur und Sprache bildet.

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„Heimat gehört uns allen“

Juli 28, 2016

Heimat ist Identität, Heimat zieht Grenzen. Anna Gius über ihr Verständnis von Heimat – ein Begriff, der vor einseitiger Vereinnahmung zu schützen sei.

Wer das Wort Heimat hört, der denkt wahrscheinlich als erstes an den Ort, an dem er bzw. sie geboren wurde oder aufgewachsen ist. Das Nächste, was dann oft zur Sprache kommt, ist Heimat als das Gefühl, sich irgendwo mit Menschen, die einem wichtig sind, zuhause zu fühlen. Tatsächlich beantwortet jede und jeder die Frage, was nun eigentlich Heimat ist, unterschiedlich. Heimat ist, denke ich, gerade in Südtirol ein allgegenwärtiger Begriff. Eine allgemeine Definition davon lässt sich aber anscheinend nicht so leicht finden. Genau deshalb lohnt es sich, darüber nachzudenken, was Heimat bedeutet. Denn wie wir Heimat definieren und wie wir dieses Konzept leben, hat Auswirkungen auf unser persönliches Leben und das Zusammenleben in unserem Land.

Ich denke, dass beim Nachdenken über Heimat vor allem drei Aspekte wichtig sind:

Heimat und Identität

Heimat ist Teil unserer Identität und gleichzeitig beeinflusst unser Verständnis von Heimat auch das Bild von uns selbst. Wer wir sind, definieren wir ganz wesentlich über das Zugehörigkeitsgefühl, das durch den Heimatbegriff geschaffen wird. Da wo wir zuhause sind, da sind wir ganz wir selbst. Identität wird meist als kulturelle Identität gedacht und so verstanden, dass man nur in einer Kultur zuhause sein kann. In Südtirol bedeutet das meistens, dass wir dazu aufgefordert werden, uns für eine Sprach- und Kulturwelt zu entscheiden.

Heimat zieht Grenzen

Über den Heimatbegriff, der durch Identitätsstiftung Zugehörigkeit schafft, werden somit Grenzen gezogen. Heimat wird meistens durch die Abgrenzung davon definiert, was wir als „fremd“ empfinden. Vor allem im Verständnis der Schützen steckt darin ein Verteidigungsauftrag. So wird Heimat oft zum Argument, mit dem andere Menschen ausgeschlossen werden, weil sie angeblich eine Bedrohung für unsere kulturelle Identität und den Raum, in dem wir diese leben, sprich „unsere Heimat“ darstellen.

Heimat macht Politik. Politik macht Heimat

Gerade in Südtirol herrscht die offizielle politische Doktrin des Auseinanderhaltens. Entweder die deutsche Sprache und Kultur ist deine Heimat oder es ist die italienische deine Heimat, ein dazwischen scheint es auch politisch nicht zu geben. Heimat funktioniert hier aufgrund der Fähigkeit des Begriffs, Identität zu stiften und Grenzen zu ziehen, als Einheitskonzept, das eine bestimmte Gruppe definiert und zusammenhält. Die Politik macht sich so Heimat als Herrschaftsinstrument zu nutzen Eine sich einheitlich aufgrund von Kultur, Nationalität, Religion usw. identifizierende Bevölkerung ist nämlich leichter zu steuern, zu regieren und zu manipulieren als eine Gesellschaft, die Differenz als Wert der Emanzipation und Bewusstseinserweiterung begreift. [1]

Gerade weil der Heimatbegriff derart vielschichtig ist, gilt es meiner Meinung nach, die Möglichkeit zu nutzen, uns eine eigene Meinung, ein eigenes Verständnis von Heimat zu bilden und Position zu beziehen. Wir sollten anderen nicht die Definitionsmacht überlassen, wenn es um Themen geht, die unser alltägliches Zusammenleben  und unsere Zukunft bestimmen. Heimat gehört gerade in unserem Land zu jenen Begriffen, die verteidigt werden und vor einseitiger Vereinnahmung geschützt werden müssen. Heimat gehört uns allen!

Dieser Beitrag erschien erstmals als Gastkommentar im Onlinemagazin BARFUSS am 11. Mai 2016.

[1] Vgl. Karl Hans Peterlini (2011): Heimat zwischen Lebenswelt und Verteidigungspsychose, Studien Verlag.