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Heimat Reloaded

Mai 25, 2017

L´epoca in cui viviamo è contraddistinta da un fattore centrale: la precarietà. Quando parliamo di precarietà non intendiamo però solo le prospettive socioeconomiche o lavorative bensì anche il mondo degli affetti, il mondo sociale complesso che ci sta intorno. Questi mondi sono in continua mutazione e spesso per questo abbiamo la tendenza a rinchiuderci nelle nostre certezze. Siano esse la comprensione familiare (quando c’è perché anche le famiglie di oggi sono assai più precarie di quelle di una volta), il nostro gruppo di amici o comunque nella nostra sfera privata. Forse proprio per questa tendenza il termine Heimat ha incontrato così tanta fortuna negli ultimi anni, fino a diventare addirittura un concetto Pop (Immagine 1).

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Immagine 1 https://de.dawanda.com/product/59084063-gps-oder-navi-tasche-heimat

Oltre alla concezione Pop esistono però utilizzi discorsivi e retorici di Heimat che sono molto più pericolosi. Durante le ultime elezioni per il Bundespräsident, che si sono dovute ripetere a causa delle irregolarità nello spoglio, il termine era onnipresente. Non solo il candidato dell’ultradestra Norbert Hofer ma anche il candidato verde/indipendente Van der Bellen ne hanno fatto un largo uso durante la campagna elettorale durata quasi un intero anno. Alla fine ha vinto la Heimat di Van der Bellen grazie anche alla partecipazione di molti sindaci conservatori (ÖVP) di tutta l´Austria.

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Immagine 2: Conferenza stampa conclusiva FPÖ

Nel primo caso si trattava di una Heimat che coincideva col concetto di Nazione, basata sull´ appartenenza etnica al popolo tedesco (deutsches Volk). Norbert Hofer infatti, pur presentandosi come candidato anti-establishment, è membro non solo dell’elitario Ritterorden ma anche della Corporazione Studentesca Marko-Germania che nei propri statuti definisce la nazione austriaca una finzione: “Konsequenterweise „lehnt die Burschenschaft die geschichtswidrige Fiktion einer ,österreichischen Nation‘ ab“, die „seit 1945 in den Gehirnen der Österreicher festgepflanzt“ worden sei.” Senza dilungarsi troppo si capisce il collegamento forte tra Volk – Heimat – Nation. La Heimat è qui un qualcosa di immaginario e reale allo stesso tempo a cui si può appartenere solo attraverso la propria discendenza. A prima vista una Heimat che fa dell’esclusione e dell’esclusivo la propria ragion d’essere senza lasciare spazio a critiche o integrazioni.

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Immagine 3: https://www.vanderbellen.at

 La Heimat di Van der Bellen invece è localizzata (Immagine 3) e si trova in primis nel Kaunertal (Tirolo). Una concezione più simile a quella dell’immaginario collettivo. Van der Bellen però la sua Heimat non l’ha acquisita per discendenza o diritto ancestrale ma gli è stata donata. L’attuale Presidente della Repubblica d’Austria è infatti nato a Vienna da genitori rifugiati e si è trasferito solo successivamente in Tirolo, dove poi è cresciuto. Per lui la Heimat, come affermato convintamente durante un’intervista, “è qualcosa che si può togliere o che si può donare, a me in quanto rifugiato è stata donata”. („Heimat kann man jemandem nehmen, man kann sie aber auch schenken“, sagt Van der Bellen auf der Bühne. „Mir als Flüchtlingskind hat man Heimat geschenkt.“). In un periodo caratterizzato da fenomeni migratori importanti, con milioni di persone che lasciano la propria terra, l´affermazione del candidato verde era ed è un segno di speranza per una società come la nostra piegata su sé stessa e spesso incapace di guardare al di fuori del proprio orticello.

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Immagine 4: http://it.paperblog.com/

A livello medico la Heimat e i sentimenti a lei connessi vengono descritti come una molteplicità di Engrammi, ovvero tracce della nostra esperienza che rimangono impresse nel nostro sistema nervoso. Più è positivo il ricordo di qualcosa, più questo “ci rimane dentro” e si àncora alle nostre connessioni sinaptiche. Si può trattare del profumo della crostata che nostra nonna ci preparava quando eravamo bambini, della melodia connessa ad un intimo ricordo familiare oppure del luogo a noi particolarmente caro. La ragnatela che viene tessuta da questi engrammi determina quello che noi chiamiamo Heimat. (cfr. “Was ist eigentlich Heimat?” Renate Zöller).

Risulta chiaro a tutt* che questa “ragnatela” è un qualcosa di molto personale, ma non bisogna dimenticare il ruolo chiave che in tutto questo gioca la memoria. Infatti nei malati di Alzheimer questo sentimento di appartenenza svanisce, e lo sa bene chi ha avuto un parente o un conoscente che soffre di questa malattia. E qui entriamo nel terreno collettivo, perché la memoria non è solo uno sforzo individuale di ricordare ma è anche un esercizio comunitario di mantenere la memoria, ovvero le storie, i fatti e gli insegnamenti di chi è stato qui prima di noi. Inoltre non potremmo essere ciò che siamo se non avessimo memoria, perché esiste memoria senza pensiero (es. una chiavetta USB), ma non esiste mai pensiero senza memoria.

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Immagine 5: Vista dal castello di Duino in provincia di Trieste.

Essendo la Heimat quindi un esercizio non solo individuale ma anche collettivo ci si rende ben presto conto di una cosa importantissima: la pluralità.  E la pluralità, come nel caso della biodiversità naturale, rappresenta la comunione tra la bellezza e l’equilibrio dinamico. Viviamo però in tempi in cui vari personaggi, che a volte rasentano l’inumano, ci vogliono convincere che “era meglio prima” e che “senza immigrati si starebbe tutti meglio”. Per loro la pluralità è un nemico, qualcosa che si deve combattere perché vista come portatrice di caos e instabilità. La pluralità e, di conseguenza, il pluralismo, sono invece dimensioni essenziali della vita delle società e dei sistemi democratici. Pluralità però non vuol dire che ognuno pensa e fa quel che vuole bensì che esistono differenze di visioni, di credo e di opinioni che si confrontano rispettandosi e arricchendosi a vicenda. Attraverso questo processo, se non viene meno il rispetto, la comunicazione e la condivisione, si può generare il valore sociale delle nostre comunità e che, guardate bene, è proprio ciò  che ci rende felici e sicuramente ci arricchisce molto di più rispetto ai beni materiali che siamo capaci di accumulare.

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Immagine 6. Giovanni Boccaccio (Fonte sconosciuta)

Esiste poi una dimensione necessaria all’interno della Heimat di cui dovremmo sempre fare tesoro: la partecipazione (Teilhabe). Per “sentirsi a casa” o daheim sein è importantissimo poter partecipare alla vita pubblica, alle discussioni, alla produzione simbolica e ai momenti di convivialità senza sentirsi esclusi, e soprattutto, senza escludere. In un certo senso la Heimat è cittadinanza, e lo è a prescindere dalla lingua parlata, dal colore della pelle o dalla religione di ognuno. Questo momento di partecipazione collettiva, conservando la propria diversità, è l’ingrediente essenziale delle società aperte e tolleranti.

Ricapitolando possiamo quindi affermare che Heimat è composta dalla nostra percezione, quella degli altri e quella di noi tutt*. In questo senso siamo tutt* responsabili e, in momenti di grande confusione come quello attuale, forse è il caso di discuterne tutt* insieme, magari anche dicendo cose sbagliate e facendo degli errori ma senza dover rimpiangere il fatto di non averci almeno provato, di non aver almeno partecipato.

Facciamolo insieme il 31 maggio al Centro giovanile e culturale UFO di Brunico (ore 20). Sarebbe per noi bellissimo potersi confrontare insieme nella pluralità che è caratteristica distintiva della nostra comunità. Non mancate!

Ecco il link dell´evento: https://www.facebook.com/events/1425575954151924

 

 

 

 

 

 

Social Dis-Integration
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Social Dis-Integration

Dezember 26, 2016

Quando un popolo perde il senso della comunità, vengono meno i meccanismi tradizionali che assicurano l’integrazione e la coesione. In assenza di un progetto comune i singoli si isolano smarriti, non sapendo più come agire nei confronti degli altri, insicuri della propria identità. Una generazione non è più in grado di trasmettere all’altra le pratiche e le abitudini che tengono insieme un popolo e la sua cultura; la società perde le sue tradizioni e disperde il proprio patrimonio; nei singoli viene meno il senso di appartenenza.

2016. Anno bisesto, anno funesto.

L’anno 2016 è risultato a tratti un anno drammatico e pieno di eventi che hanno sconvolto intere comunità e moltissimi cittadini e cittadine in tutta Europa. Il bombardamento di informazioni su un mondo pieno di guerre e povertà producono uno stato di ansia e insicurezza in moltissime persone che non riescono a farsi un’opinione strutturata di quello che sta succedendo nel mondo. Inoltre le bufale e la propaganda ci raggiungono quotidianamente colpendo le nostre emozioni e by-passano la nostra ragione e il nostro buon senso. Una diretta conseguenza degli eventi che viviamo (virtualmente e concretamente), è che veniamo spinti e ci spingiamo sempre più in una dimensione individualistica fatta di consumo e cura della sfera privata. Questi fattori fanno percepire la realtà e i relativi problemi così grandi e insormontabili che percepiamo un senso di impotenza verso ciò che succede nel mondo. Tendiamo così a non impegnarci nemmeno un po‘ a provare a fare la nostra parte perché riteniamo sia inutile e sostanzialmente solo uno spreco di tempo.

Le conseguenze sulle persone.

Tutto questo ha però a volte delle conseguenze nefaste per la nostra vita, quella dei nostri cari, dei nostri conoscenti ed in generale per la nostra comunità e per la nostra società. Vediamo chiaramente le situazioni in cui le persone si sentono sole, anche quando „partecipano“, perché i rapporti interpersonali sono svuotati o hanno perso la rilevanza che avevano facendoci sentire inadatti, impotenti, impauriti e soprattutto frustrati. Insieme all’allontanamento dei giovani e dei meno giovani dalle più comuni forme di responsabilità, che sono alla base di una comunità e del suo senso civico, si registra un incremento delle manifestazioni di odio e intolleranza (sia essa razziale, sessuale, religiosa o etnica) sui social media e piattaforme affini. Aizzatori professionali e produttori seriali di bugie sfruttano questo terreno per dirottare il senso di insoddisfazione verso facili bersagli ma al contempo non forniscono nessuna prospettiva, nessuna soluzione e nemmeno una spiegazione funzionale a vivere meglio.

Troppo pessimisti? Niente affatto.

Il pessimismo dell’intelligenza deve avere come complemento un ottimismo della volontà. Capire i limiti della propria influenza sulle cose è importante esattamente quanto la volontà di volere esercitare la propria influenza sul mondo per renderlo, anche se solo in parte, migliore. Dopo il grande shock e l’onda lunga di propaganda etnopopulista del „prima noi“ è di fondamentale importanza rimettersi in gioco e impegnarsi di nuovo quotidianamente per ri-costruire un senso di comunità, di responsabilità e di libertà all’interno della nostra società. Questa operazione è un atto collettivo di solidarietà e passa tra le mani, gli occhi, il pensiero e le azioni di moltissime persone. Ci sono azioni semplici come salutare le persone anziane quando si incrocia il loro sguardo, ascoltare davvero la persona a cui si è appena rivolta una domanda oppure la decisione di fare volontariato e organizzare un evento.

Riprendiamoci le relazioni umane.

Per elaborare una prospettiva di futuro sulla quale investire ancora i nostri sforzi, i nostri sogni e le nostre speranze è prima necessario comprendere che tutto, o quasi, passa per le relazioni sociali che si hanno nel quotidiano. Visto che le persone hanno sempre meno strumenti per relazionarsi autenticamente tra loro, soprattutto al di fuori dei meccanismi consumistici, si crea una mancanza di fondamenti comuni capaci di garantire il rispetto, la sicurezza, la fiducia e la speranza. Come effetto contrario si alimentano quindi l’insicurezza, l’aggressività, il disorientamento e la paura. Se vogliamo tornare ad essere liberi interpreti della nostra vita, dobbiamo di nuovo assumerci le nostre responsabilità quotidiane nei confronti delle persone che incontriamo perché libertà e responsabilità sono intimamente legate e ci offrono la possibilità di essere davvero più felici, insieme.

 

Socialtrip – Kalabrien: Campi della Legalitá
Socialtrip – Kalabrien: Campi della Legalitá
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Socialtrip – Kalabrien: Campi della Legalitá

Juli 28, 2016

Die Campi della Legalitá sind ein Kulturprojekt mit dem Ziel, jungen Menschen die Thematiken Mafia und ziviles Engagement näher zu bringen. Dazu fahren wir nach Pentedattilo in der Provinz Reggio Calabria und werden einer Sozialgenossenschaft bei der Bewirtschaftung der Felder helfen, die der Staat aufgrund organisierter Kriminalität enteignet und der Sozialgenossenschaft zur Verwaltung im Sinne des Allgemeinwohls überlassen hat.

Das Projekt dauert eine Woche, wobei jeden Vormittag auf den Feldern gearbeitet wird und der Nachmittag verschiedenen Tätigkeiten Rund um Mafia und Antimafia gewidmet ist. Wir werden die Möglichkeit haben, Zeitzeugen und Familienangehörige von Opfern der ‘ndrangheta, Sicherheitskräfte, Beamte, Journalisten, Aktivisten und andere Personen zu treffen, die sich dazu entschlossen haben, Nein zur Mafia zu sagen und bereit sind, ihre Erfahrungen des alltäglichen Widerstandes mit uns zu teilen.

Die Campi della Legalitá lassen uns teilhaben an einem Kalabrien, das sich widersetzt und sich nicht der Mafia und Kriminalität beugt. Dadurch ermöglichen sie eine einzigartige Lebenserfahrung.

Organisiert wird das Projekt gemeinsam mit dem Jugenddienst Dekanat Bruneck, Arci Reggio Calabria und der Associazione proPentedatilo.