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Social Change and Innovation

Januar 4, 2018

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Gleich zu Beginn des neuen Jahres legen wir los und laden zum meet&party mit dem Thema Social Change and Innovation. Zentraler Gedanke dabei ist, dass Veränderung im Kleinen beginnt und wir zusammen mehr schaffen können, als jede_r allein. Beim meet&party treffen wir vier Menschen, die alle auf unterschiedliche Art und Weise Innovation und soziale Veränderung vorantreiben.

Laura Moroder (Light Design), Cristoph Kirchler (EcoPassion), Andreas Trenker (Grafik Design) Stefano Fait (Social Anticipation @skopìa) werden uns Interessantes über Licht, Hanf, Design und soziale Regeneration erzählen.

Davon inspiriert wollen wir anschließend feiern! Denn eine Gemeinschaft zu sein, die Dinge verändern kann, ist schon ein toller Anfang und ein guter Grund zum Feiern.

Feier mit uns, werde Teil von Diverkstatt und lass uns herausfinden, was wir zusammen alles verändern können! Wir freuen uns auf dich!

Deine Mitgliedschaft sichert nicht nur dir ein Jahr lang die Vorteile unserer Diverkstatt-Community, sondern trägt auch dazu bei, dass wir weiterhin daran arbeiten können, Bruneck zu einem noch schöneren Ort für uns alle zu machen.

Social Change and Innovation
Be one of us!
Diverkstatt meet&party

Who: Diverkstatt Community
When: 6 January. Open doors 20h
Where: Sternbach Palais, Bruneck
Why: Join our Community, met people, share ideas, enjoy life

Important: This event is free for ARCI Members.
The annual membership (10€) can be awarded at site.

 

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CommunityEvents

„Italiani a Brunico“. Discorso introduttivo / Eröffnungsrede

November 20, 2017

Gentili signore e signori, è un grande onore per me essere qui oggi a rappresentare questa associazione. DIVERKSTATT è uno dei principali motivi per cui mi sento intimamente legato a questa città. Diverkstatt è nata poco quasi 3 anni fa da un gruppo di amici. Amici che volevano creare occasioni di incontro. Volevano rendere fruibile la cultura in tutte le sue forme ma soprattutto volevano sviluppare comunità e solidarietà.

L’associazione in questi anni è molto cambiata e si è evoluta e questo soprattutto grazie all’interesse e al sostegno di molte persone. In questi anni abbiamo organizzato proiezioni audiovisive come “la mafia uccide solo d’estate” e “blut muss fliessen” e presentazioni di libri e dibattiti – alcuni aventi come tema la storia locale -altri il fenomeno migratorio oppure l’esclusione sociale. Abbiamo anche tematizzato, in una chiave completamente nuova, il tema Heimat, oggi molto discusso in tutte le salse.

Abbiamo non solo parlato, abbiamo organizzato, abbiamo lavorato duramente mettendoci a disposizione di una comunità. Questa comunità però non ha confini e non ha etichette e l’unica cosa che posso dirvi con certezza è che è una comunità fatta di persone. Persone che sono tutte diverse ma hanno allo stesso tempo bisogni simili.

Dopo tre anni posso dire che non è solo Diverkstatt ad avere cambiato un po’ Brunico ma anche Brunico e la sua gente che hanno cambiato un po’ Diverkstatt.Durante le varie collaborazioni con la Biblioteca Civica, il Comune, il Centro Culturale UFO e molti altri attori siamo cresciuti e abbiamo acquistato consapevolezza della nostra missione culturale.

Oggi siamo qui con voi e per voi, e penso che non siamo solo qui per la presentazione di un libro. Senza nulla togliere al magnifico lavoro di Fabian che tra poco avremo l’onore di sentire. Direi che siamo qui, forse, perché ci sentiamo una comunità, e una comunità è fondata sull’incontro e la solidarietà tra i suoi membri.

Permettetemi una breve considerazione. Siamo nell’anno del signore 2017. Molte cose sono cambiate negli ultimi anni e lo vedete tutti chiaramente. In questi tempi di grandi possibilità – che ci vengono offerte in primis dalla tecnica-emergono però anche tante paure e ansie, collegate spesso, proprio a questi cambiamenti e nuove possibilità. E tra tutte le paure, forse ne spicca una in particolare: la solitudine. Credo che molte persone in questa stanza sappiano esattamente di cosa sto parlando. Questa paura però non abita solo nelle persone anziane, anzi,oggi è molto presente anche tra i giovani che per non sentirsi rifiutati o per essere “parte di”- malgrado abbiano mille modi per esprimersi e comunicare- faticano a volte a trovare una via; una via per essere davvero sè stessi e vivere così, in maniera piena le gioie e i dolori della vita.

L’unico vero antidoto alla solitudine credo sia proprio la comunità.Ovvero il prendersi cura dell’altro, assumersi la responsabilità dell’altro,ascoltarlo, cercare di capirlo, aiutarlo; e qui non ci sono solo italiani e italiane, tedeschi e tedesche etc etc… Ci sono semplicemente le persone che ci stanno intorno, a prescindere dalla lingua, dal sesso, dalla provenienza geografica, dalla religione, dal colore della pelle e persino dal credo politico.

Diverkstatt in fondo è proprio questo: una comunità. Una comunità fatta di persone, con le persone, per le persone. Una comunità di persone che si aiutano a crescere e a prosperare nella propria singolare identità. Identità che però non può e non deve diventare la contemplazione narcisistica di sé stessi, perchè altrimenti diventa tossica.

Anche per questo motivo avrei piacere se questo libro e questo evento fossero uno spunto. Uno spunto per ricominciare a comunicare tra di noi, uno spunto per ricominciare a prendersi cura dell’altro e questo non solo all’interno del nucleo familiare, ma anche sul posto di lavoro e nella vita privata. Ricominciare a comunicare però senza avere preconcetti. Perché, credetemi, tutti abbiamo bisogno di amore e comprensione, proprio tutti. In questo, pur essendo tutti diversi, siamo tutti uguali e tutti egualmente meritevoli.

Tornando a noi devo dire che sono davvero felice. Mi rende felice vedere che cosi tante persone abbiano oggi deciso di condividere il proprio tempo qui assieme ad altri. Concludo dicendo che mi auguro davvero che questo non sia un evento funzionale solo a celebrare il passato, ma un invito a riflettere la complessità del presente per affrontare insieme le sfide che ci pone il futuro. Un futuro per questa città, che sogno essere sorretta da un’idea. Un’idea di comunità, che non abbia paura della diversità ma che riesca a trovare in essa la forza per reinventarsi sempre, e mantenere così intatta la propria bellezza.

Noi siamo qui per questo e spero anche voi.

Il Presidente dell’associazione
Matteo Da Col

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Fra memoria collettiva e memoria divisiva. Cosa ci insegna la storia orale sugli “italiani di Brunico”.

November 8, 2017

*Scarica il volantino e condividilo con le persone interessate Flyer Diverkstatt 18.11

Di fronte all’impetuoso flusso di eventi della contemporaneità ci si può domandare come faccia il passato a resistere. Cosa resta del mondo di ieri in una società eterogenea e mutevole, che spesso appare senza memoria?

Questi interrogativi trovano una dimensione particolare nel caso delle comunità periferiche, dove l’esiguo numero di testimoni facilita l’oblio, la perdita di consapevolezza del proprio passato. E una comunità senza passato, che dimentica il proprio passato, rischia di ricadere nella banalità di un dipinto senza colori.

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Copertina del libro „Italiani a Brunico. Alle origini di un percorso“ Autore: Fabian Fistill (ed. Mimesis 2017)

Come agire dunque?

Recuperando quanto rimane della “saggezza popolare”, i racconti della vita in paese, le leggende folkloristiche, l’arte dei lavori manuali e delle ricette tradizionali, tutti gli aspetti della vita quotidiana che tendono a essere tralasciati dalla narrativa storica che ancora oggi rischia di premiare le figure più rappresentative a dispetto degli “ultimi”, o se non ultimi della gente comune. Da qui un libro su Brunico, e in particolare sulle origini della popolazione di lingua italiana della città. Un libro che è innanzitutto una raccolta di testimonianze degli “ultimi fra i primi italiani giunti in città”. Una serie di narrazioni sulle origini familiari, sull’infanzia, sulla vita quotidiana nella cittadina pusterese del primo Novecento e sugli eventi drammatici della guerra. Narrazioni in prima persona, ricche di aneddoti, riferimenti a personaggi più o meno noti, vicende traumatiche ma anche momenti di grande felicità su cui si ritorna con nostalgia. Uno spaccato della vita cittadina partendo da coloro che l’hanno vissuta direttamente, premiando l’autenticità e talvolta anche le rivisitazioni delle testimonianze orali, soggette al trascorrere del tempo, ai ripensamenti e all’oblio.

Recuperare il passato.

Raccontare la storia degli “italiani di Brunico” significa in fondo raccontare anche la storia della città, partendo dagli abitanti che l’hanno fatta vivere, trasformare, crescere. Ascoltare e leggere le testimonianze degli abitanti più anziani significa immergersi in un mondo che oggi difficilmente riusciamo a immaginare. Un mondo più lento, più semplice e più povero, certo, ma anche un mondo in cui per parlarsi ci si trovava in piazza o al dopolavoro invece che su una chat. Un mondo, anche nel piccolo contesto di Brunico, in cui ci si muoveva con i treni a vapore, con il calesse, in cui si andava a lavorare in fabbrica in bici e la domenica si andava in chiesa con l’abito elegante e il cappello. Era però anche un mondo in cui in Alto Adige/Südtirol e a Brunico la divisione del lavoro era netta e discriminante: da una parte a favore della popolazione locale di lingua tedesca, dall’altra a favore degli italiani. Su questa scorta di considerazioni dunque come porsi di fronte a una società che ormai conta più di una persona su dieci di origine straniera, un buon numero di “nuovi cittadini” e una quota crescente di famiglie bilingui/plurilingui?

Cosa ci rimane oggi delle comunità?

Esistono ancora le memorie “collettive”, o esistono piuttosto le memorie “divisive”? Pretendere di rispondere a questi quesiti in poche righe è a dir poco ingenuo, ma meno ingenuo è credere che si possa aprire un dibattito fra la popolazione in cui ognuno torni a porsi certe domande: da dove veniamo? Perché siamo arrivati qua? Perché ho questo nome e questo cognome? Si può costruire una nuova “Heimat” (leggi anche qui e qui) sulla base della consapevolezza dell’eterogeneità sociale che ci caratterizza, o rimane una semplice utopia?

Certo per raggiungere la convivenza ognuno è costretto a rinunciare a una parte di “identità” e a metterne in gioco un’altra, rivendicandola, valorizzandola e condividendola. Per riuscire a creare miteinander è necessario non solo cercare di comprendere l’altro e la sua identità ma riflettere di continuo anche sé stessi e la propria.

Chi fosse interessato alla presentazione del libro “Italiani a Brunico. Alle origini di un percorso” scritto da Fabian Fisttil può partecipare alla presentazione sabato 18 novembre alle ore 10 di mattina presso la Vecchia palestra in piazza Municipio e ritirare una copia gratuita del libro.

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*Diverkstatt lavora da anni alla creazione di una piattaforma di incontro, discussione, elaborazione e comunicazione relativa alle specificità del nostro territorio. Lo fa senza visioni preconfenzionate cercando di alimentare un dibattito civile e sociale per rafforzare il sentimento di comunità e di responsabilità civica.

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Heimat Reloaded

Mai 25, 2017

L´epoca in cui viviamo è contraddistinta da un fattore centrale: la precarietà. Quando parliamo di precarietà non intendiamo però solo le prospettive socioeconomiche o lavorative bensì anche il mondo degli affetti, il mondo sociale complesso che ci sta intorno. Questi mondi sono in continua mutazione e spesso per questo abbiamo la tendenza a rinchiuderci nelle nostre certezze. Siano esse la comprensione familiare (quando c’è perché anche le famiglie di oggi sono assai più precarie di quelle di una volta), il nostro gruppo di amici o comunque nella nostra sfera privata. Forse proprio per questa tendenza il termine Heimat ha incontrato così tanta fortuna negli ultimi anni, fino a diventare addirittura un concetto Pop (Immagine 1).

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Immagine 1 https://de.dawanda.com/product/59084063-gps-oder-navi-tasche-heimat

Oltre alla concezione Pop esistono però utilizzi discorsivi e retorici di Heimat che sono molto più pericolosi. Durante le ultime elezioni per il Bundespräsident, che si sono dovute ripetere a causa delle irregolarità nello spoglio, il termine era onnipresente. Non solo il candidato dell’ultradestra Norbert Hofer ma anche il candidato verde/indipendente Van der Bellen ne hanno fatto un largo uso durante la campagna elettorale durata quasi un intero anno. Alla fine ha vinto la Heimat di Van der Bellen grazie anche alla partecipazione di molti sindaci conservatori (ÖVP) di tutta l´Austria.

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Immagine 2: Conferenza stampa conclusiva FPÖ

Nel primo caso si trattava di una Heimat che coincideva col concetto di Nazione, basata sull´ appartenenza etnica al popolo tedesco (deutsches Volk). Norbert Hofer infatti, pur presentandosi come candidato anti-establishment, è membro non solo dell’elitario Ritterorden ma anche della Corporazione Studentesca Marko-Germania che nei propri statuti definisce la nazione austriaca una finzione: “Konsequenterweise „lehnt die Burschenschaft die geschichtswidrige Fiktion einer ,österreichischen Nation‘ ab“, die „seit 1945 in den Gehirnen der Österreicher festgepflanzt“ worden sei.” Senza dilungarsi troppo si capisce il collegamento forte tra Volk – Heimat – Nation. La Heimat è qui un qualcosa di immaginario e reale allo stesso tempo a cui si può appartenere solo attraverso la propria discendenza. A prima vista una Heimat che fa dell’esclusione e dell’esclusivo la propria ragion d’essere senza lasciare spazio a critiche o integrazioni.

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Immagine 3: https://www.vanderbellen.at

 La Heimat di Van der Bellen invece è localizzata (Immagine 3) e si trova in primis nel Kaunertal (Tirolo). Una concezione più simile a quella dell’immaginario collettivo. Van der Bellen però la sua Heimat non l’ha acquisita per discendenza o diritto ancestrale ma gli è stata donata. L’attuale Presidente della Repubblica d’Austria è infatti nato a Vienna da genitori rifugiati e si è trasferito solo successivamente in Tirolo, dove poi è cresciuto. Per lui la Heimat, come affermato convintamente durante un’intervista, “è qualcosa che si può togliere o che si può donare, a me in quanto rifugiato è stata donata”. („Heimat kann man jemandem nehmen, man kann sie aber auch schenken“, sagt Van der Bellen auf der Bühne. „Mir als Flüchtlingskind hat man Heimat geschenkt.“). In un periodo caratterizzato da fenomeni migratori importanti, con milioni di persone che lasciano la propria terra, l´affermazione del candidato verde era ed è un segno di speranza per una società come la nostra piegata su sé stessa e spesso incapace di guardare al di fuori del proprio orticello.

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Immagine 4: http://it.paperblog.com/

A livello medico la Heimat e i sentimenti a lei connessi vengono descritti come una molteplicità di Engrammi, ovvero tracce della nostra esperienza che rimangono impresse nel nostro sistema nervoso. Più è positivo il ricordo di qualcosa, più questo “ci rimane dentro” e si àncora alle nostre connessioni sinaptiche. Si può trattare del profumo della crostata che nostra nonna ci preparava quando eravamo bambini, della melodia connessa ad un intimo ricordo familiare oppure del luogo a noi particolarmente caro. La ragnatela che viene tessuta da questi engrammi determina quello che noi chiamiamo Heimat. (cfr. “Was ist eigentlich Heimat?” Renate Zöller).

Risulta chiaro a tutt* che questa “ragnatela” è un qualcosa di molto personale, ma non bisogna dimenticare il ruolo chiave che in tutto questo gioca la memoria. Infatti nei malati di Alzheimer questo sentimento di appartenenza svanisce, e lo sa bene chi ha avuto un parente o un conoscente che soffre di questa malattia. E qui entriamo nel terreno collettivo, perché la memoria non è solo uno sforzo individuale di ricordare ma è anche un esercizio comunitario di mantenere la memoria, ovvero le storie, i fatti e gli insegnamenti di chi è stato qui prima di noi. Inoltre non potremmo essere ciò che siamo se non avessimo memoria, perché esiste memoria senza pensiero (es. una chiavetta USB), ma non esiste mai pensiero senza memoria.

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Immagine 5: Vista dal castello di Duino in provincia di Trieste.

Essendo la Heimat quindi un esercizio non solo individuale ma anche collettivo ci si rende ben presto conto di una cosa importantissima: la pluralità.  E la pluralità, come nel caso della biodiversità naturale, rappresenta la comunione tra la bellezza e l’equilibrio dinamico. Viviamo però in tempi in cui vari personaggi, che a volte rasentano l’inumano, ci vogliono convincere che “era meglio prima” e che “senza immigrati si starebbe tutti meglio”. Per loro la pluralità è un nemico, qualcosa che si deve combattere perché vista come portatrice di caos e instabilità. La pluralità e, di conseguenza, il pluralismo, sono invece dimensioni essenziali della vita delle società e dei sistemi democratici. Pluralità però non vuol dire che ognuno pensa e fa quel che vuole bensì che esistono differenze di visioni, di credo e di opinioni che si confrontano rispettandosi e arricchendosi a vicenda. Attraverso questo processo, se non viene meno il rispetto, la comunicazione e la condivisione, si può generare il valore sociale delle nostre comunità e che, guardate bene, è proprio ciò  che ci rende felici e sicuramente ci arricchisce molto di più rispetto ai beni materiali che siamo capaci di accumulare.

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Immagine 6. Giovanni Boccaccio (Fonte sconosciuta)

Esiste poi una dimensione necessaria all’interno della Heimat di cui dovremmo sempre fare tesoro: la partecipazione (Teilhabe). Per “sentirsi a casa” o daheim sein è importantissimo poter partecipare alla vita pubblica, alle discussioni, alla produzione simbolica e ai momenti di convivialità senza sentirsi esclusi, e soprattutto, senza escludere. In un certo senso la Heimat è cittadinanza, e lo è a prescindere dalla lingua parlata, dal colore della pelle o dalla religione di ognuno. Questo momento di partecipazione collettiva, conservando la propria diversità, è l’ingrediente essenziale delle società aperte e tolleranti.

Ricapitolando possiamo quindi affermare che Heimat è composta dalla nostra percezione, quella degli altri e quella di noi tutt*. In questo senso siamo tutt* responsabili e, in momenti di grande confusione come quello attuale, forse è il caso di discuterne tutt* insieme, magari anche dicendo cose sbagliate e facendo degli errori ma senza dover rimpiangere il fatto di non averci almeno provato, di non aver almeno partecipato.

Facciamolo insieme il 31 maggio al Centro giovanile e culturale UFO di Brunico (ore 20). Sarebbe per noi bellissimo potersi confrontare insieme nella pluralità che è caratteristica distintiva della nostra comunità. Non mancate!

Ecco il link dell´evento: https://www.facebook.com/events/1425575954151924

 

 

 

 

 

 

Social Dis-Integration
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Social Dis-Integration

Dezember 26, 2016

Quando un popolo perde il senso della comunità, vengono meno i meccanismi tradizionali che assicurano l’integrazione e la coesione. In assenza di un progetto comune i singoli si isolano smarriti, non sapendo più come agire nei confronti degli altri, insicuri della propria identità. Una generazione non è più in grado di trasmettere all’altra le pratiche e le abitudini che tengono insieme un popolo e la sua cultura; la società perde le sue tradizioni e disperde il proprio patrimonio; nei singoli viene meno il senso di appartenenza.

2016. Anno bisesto, anno funesto.

L’anno 2016 è risultato a tratti un anno drammatico e pieno di eventi che hanno sconvolto intere comunità e moltissimi cittadini e cittadine in tutta Europa. Il bombardamento di informazioni su un mondo pieno di guerre e povertà producono uno stato di ansia e insicurezza in moltissime persone che non riescono a farsi un’opinione strutturata di quello che sta succedendo nel mondo. Inoltre le bufale e la propaganda ci raggiungono quotidianamente colpendo le nostre emozioni e by-passano la nostra ragione e il nostro buon senso. Una diretta conseguenza degli eventi che viviamo (virtualmente e concretamente), è che veniamo spinti e ci spingiamo sempre più in una dimensione individualistica fatta di consumo e cura della sfera privata. Questi fattori fanno percepire la realtà e i relativi problemi così grandi e insormontabili che percepiamo un senso di impotenza verso ciò che succede nel mondo. Tendiamo così a non impegnarci nemmeno un po‘ a provare a fare la nostra parte perché riteniamo sia inutile e sostanzialmente solo uno spreco di tempo.

Le conseguenze sulle persone.

Tutto questo ha però a volte delle conseguenze nefaste per la nostra vita, quella dei nostri cari, dei nostri conoscenti ed in generale per la nostra comunità e per la nostra società. Vediamo chiaramente le situazioni in cui le persone si sentono sole, anche quando „partecipano“, perché i rapporti interpersonali sono svuotati o hanno perso la rilevanza che avevano facendoci sentire inadatti, impotenti, impauriti e soprattutto frustrati. Insieme all’allontanamento dei giovani e dei meno giovani dalle più comuni forme di responsabilità, che sono alla base di una comunità e del suo senso civico, si registra un incremento delle manifestazioni di odio e intolleranza (sia essa razziale, sessuale, religiosa o etnica) sui social media e piattaforme affini. Aizzatori professionali e produttori seriali di bugie sfruttano questo terreno per dirottare il senso di insoddisfazione verso facili bersagli ma al contempo non forniscono nessuna prospettiva, nessuna soluzione e nemmeno una spiegazione funzionale a vivere meglio.

Troppo pessimisti? Niente affatto.

Il pessimismo dell’intelligenza deve avere come complemento un ottimismo della volontà. Capire i limiti della propria influenza sulle cose è importante esattamente quanto la volontà di volere esercitare la propria influenza sul mondo per renderlo, anche se solo in parte, migliore. Dopo il grande shock e l’onda lunga di propaganda etnopopulista del „prima noi“ è di fondamentale importanza rimettersi in gioco e impegnarsi di nuovo quotidianamente per ri-costruire un senso di comunità, di responsabilità e di libertà all’interno della nostra società. Questa operazione è un atto collettivo di solidarietà e passa tra le mani, gli occhi, il pensiero e le azioni di moltissime persone. Ci sono azioni semplici come salutare le persone anziane quando si incrocia il loro sguardo, ascoltare davvero la persona a cui si è appena rivolta una domanda oppure la decisione di fare volontariato e organizzare un evento.

Riprendiamoci le relazioni umane.

Per elaborare una prospettiva di futuro sulla quale investire ancora i nostri sforzi, i nostri sogni e le nostre speranze è prima necessario comprendere che tutto, o quasi, passa per le relazioni sociali che si hanno nel quotidiano. Visto che le persone hanno sempre meno strumenti per relazionarsi autenticamente tra loro, soprattutto al di fuori dei meccanismi consumistici, si crea una mancanza di fondamenti comuni capaci di garantire il rispetto, la sicurezza, la fiducia e la speranza. Come effetto contrario si alimentano quindi l’insicurezza, l’aggressività, il disorientamento e la paura. Se vogliamo tornare ad essere liberi interpreti della nostra vita, dobbiamo di nuovo assumerci le nostre responsabilità quotidiane nei confronti delle persone che incontriamo perché libertà e responsabilità sono intimamente legate e ci offrono la possibilità di essere davvero più felici, insieme.

 

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*Roots & Wings 2016 for Community and Solidarity*

September 13, 2016

Diverkstatt in Zusammenarbeit mit UFO Bruneck präsentieren das erste Brunecker Festival für Gemeinschaft und Solidarität. Nach vielen Monaten Arbeit können wir endlich unser vielfältiges Programm veröffentlichen!

Ziel dieses Festivals ist gemeinsam den Stadtraum unserer geliebten Stadt mitzugestalten. Dazu haben wir nicht nur Essen und Getränke vorgesehen, die bei jedem Fest vorhanden sind, sondern eine ganze Bandbreite an Aktivitäten und Unterhaltung.
Für uns ist es wichtig, dass unsere Stadt für alle lebenswert ist und niemand ausgegrenzt wird. Im Rahmen dieses Festivals möchten wir einen mehrsprachigen und interkulturellen Raum gestalten indem ALLE Menschen und vor allem Familien die Möglichkeit haben, sich frei und glücklich zu fühlen.
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CAMPI DELLA LEGALITÀ 2015

September 13, 2016

Ein Erfahrungsbericht

Im Juli 2015 fuhren einige Mitglieder von Diverkstatt nach Pentedattilo in Kalabrien zu den Campi della Legalitá. Das ist ein Antimafiaprojekt bei dem die Freiwilligen vor Ort mit helfen, Güter instand zu halten, die der Mafia vom Staat enteignet und sozialen Initiativen zur Nutzung im Sinne des Allgemeinwohls zur Verfügung gestellt wurden. Eine Woche lang hatten wir die Möglichkeit, aktiv am Widerstand gegen die Mafia teilzunehmen und in Gesprächen und Begenungen eine Menge zu lernen. Anna Gius hat am Ende der Woche ihre Gefühle über diese Erfahrung aufgeschrieben.

“Solo chi ha paura ogni giorno muore. Chi non ha paura muore una volta sola” (Zitat aus einem Lied, das beim Gedenkmarsch für die Opfer der Mafia gesungen wurde)
Dieser Satz Spiegelt sehr gut wieder, welches Gefühl ich von den Campi der Legalità mit nach Hause nehme. Es ist ein Gefühl von Freiheit und Stärke. Ich denke, dass es mich verändert hat, die Erfahrungen zu machen, die ich hier machen durfte. Es war schön unter Freunden über wichtige, aktuelle Themen zu reden, zu reflektieren und zu debattieren. Ich habe sehr sehr viel gelernt und viele Momente haben mich auch sehr berührt. Die Möglichkeit meinen Teil beizutragen zu diesem Projekt und zur Vision, dass sich die Gesellschaft ändern kann, hat mich glücklich gemacht. Diese Erfahrung mit anderen jungen Menschen zu teilen war noch schöner. Nach Hause fahre ich mit einem weinenden Auge, über die schöne Zeit, die vergangen ist. Und mit einem lachenden Auge, weil die Campi della Legalità eine unvergessliche Erfahrung waren. Was ich im Herzen mitnehme ist das Glück, Teil von etwas Wichtigem und Richtigem zu sein und die Kraft und den Wille, etwas in der Welt zu verändern, Platz einzunehmen und trotz Angst für meine Ziele zu kämpfen. Ich weiß jetzt, dass ich nicht allein bin mit meinen Zielen, dass wir alle gemeinsame Ziele haben, dass niemand allein ist und dass Widerstand möglich ist – auch in Anbetracht eines so großen Gegners wie der Mafia. Wichtig ist, dass wir zusammen daran arbeiten. – Anna Gius am 26. Juli 2015

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From Africa to Weißenbach

August 30, 2016

Giacomo Terni racconta della sua esperienza alla slittata di DIVERKSATT.

La maggior parte di loro non aveva mai visto la neve, almeno non l’avevano mai toccata. Correvano, increduli scrutavano il paesaggio innevato di Rio Bianco, in quella fredda mattina del 7 febbraio. Credo non avessero ben chiaro che cosa avevamo in serbo per loro, probabilmente non erano mai saliti a cavalcioni di una slitta di legno e non erano mai sfrecciati giù da una montagna sfidando neve, ghiaccio e vento gelido. Una decina di ragazzi provenienti da Paesi diversi dell’Africa, un gruppo di volenterosi membri dell’associazione culturale brunicense Diverkstatt e tanto entusiasmo e voglia di fare. Una passione che dal 2015 è sinonimo di cultura, solidarietà, comunità e certamente amicizia. Tutto ciò si riflette senza dubbio nelle conferenze, nei dibattiti e nelle attività organizzate dal gruppo, come ad esempio, appunto, la slittata in Valle Aurina, ideata come regalo di Natale per gli ospiti del centro Josefsheim di Brunico. Tale incontro, poiché sui generis, ha permesso al gruppo di interagire in maniera pragmatica, attraverso la pratica dello sport e la scoperta della montagna nei suoi aspetti più interessanti. I ragazzi si sono rivelati una piacevole compagnia, apprezzando altresì un’offerta culinaria altoatesina presso la Malga Marxegger. Giunto il momento del ritorno a valle, il gruppo di neofiti slittinatori si è finalmente cimentato nella discesa, tra esilaranti cadute e sfide di velocità. La giornata si è conclusa nel migliore dei modi e una manciata di sorrisi pieni di gioia e abbracci fraterni sono certamente bastati a ricompensare lo sforzo fisico e la precedente organizzazione, rendendoci orgogliosi di essere attivi nel perseguire anche questa missione.

Socialtrip – Kalabrien: Campi della Legalitá
Socialtrip – Kalabrien: Campi della Legalitá
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Socialtrip – Kalabrien: Campi della Legalitá

Juli 28, 2016

Die Campi della Legalitá sind ein Kulturprojekt mit dem Ziel, jungen Menschen die Thematiken Mafia und ziviles Engagement näher zu bringen. Dazu fahren wir nach Pentedattilo in der Provinz Reggio Calabria und werden einer Sozialgenossenschaft bei der Bewirtschaftung der Felder helfen, die der Staat aufgrund organisierter Kriminalität enteignet und der Sozialgenossenschaft zur Verwaltung im Sinne des Allgemeinwohls überlassen hat.

Das Projekt dauert eine Woche, wobei jeden Vormittag auf den Feldern gearbeitet wird und der Nachmittag verschiedenen Tätigkeiten Rund um Mafia und Antimafia gewidmet ist. Wir werden die Möglichkeit haben, Zeitzeugen und Familienangehörige von Opfern der ‘ndrangheta, Sicherheitskräfte, Beamte, Journalisten, Aktivisten und andere Personen zu treffen, die sich dazu entschlossen haben, Nein zur Mafia zu sagen und bereit sind, ihre Erfahrungen des alltäglichen Widerstandes mit uns zu teilen.

Die Campi della Legalitá lassen uns teilhaben an einem Kalabrien, das sich widersetzt und sich nicht der Mafia und Kriminalität beugt. Dadurch ermöglichen sie eine einzigartige Lebenserfahrung.

Organisiert wird das Projekt gemeinsam mit dem Jugenddienst Dekanat Bruneck, Arci Reggio Calabria und der Associazione proPentedatilo.

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„Heimat gehört uns allen“

Juli 28, 2016

Heimat ist Identität, Heimat zieht Grenzen. Anna Gius über ihr Verständnis von Heimat – ein Begriff, der vor einseitiger Vereinnahmung zu schützen sei.

Wer das Wort Heimat hört, der denkt wahrscheinlich als erstes an den Ort, an dem er bzw. sie geboren wurde oder aufgewachsen ist. Das Nächste, was dann oft zur Sprache kommt, ist Heimat als das Gefühl, sich irgendwo mit Menschen, die einem wichtig sind, zuhause zu fühlen. Tatsächlich beantwortet jede und jeder die Frage, was nun eigentlich Heimat ist, unterschiedlich. Heimat ist, denke ich, gerade in Südtirol ein allgegenwärtiger Begriff. Eine allgemeine Definition davon lässt sich aber anscheinend nicht so leicht finden. Genau deshalb lohnt es sich, darüber nachzudenken, was Heimat bedeutet. Denn wie wir Heimat definieren und wie wir dieses Konzept leben, hat Auswirkungen auf unser persönliches Leben und das Zusammenleben in unserem Land.

Ich denke, dass beim Nachdenken über Heimat vor allem drei Aspekte wichtig sind:

Heimat und Identität

Heimat ist Teil unserer Identität und gleichzeitig beeinflusst unser Verständnis von Heimat auch das Bild von uns selbst. Wer wir sind, definieren wir ganz wesentlich über das Zugehörigkeitsgefühl, das durch den Heimatbegriff geschaffen wird. Da wo wir zuhause sind, da sind wir ganz wir selbst. Identität wird meist als kulturelle Identität gedacht und so verstanden, dass man nur in einer Kultur zuhause sein kann. In Südtirol bedeutet das meistens, dass wir dazu aufgefordert werden, uns für eine Sprach- und Kulturwelt zu entscheiden.

Heimat zieht Grenzen

Über den Heimatbegriff, der durch Identitätsstiftung Zugehörigkeit schafft, werden somit Grenzen gezogen. Heimat wird meistens durch die Abgrenzung davon definiert, was wir als „fremd“ empfinden. Vor allem im Verständnis der Schützen steckt darin ein Verteidigungsauftrag. So wird Heimat oft zum Argument, mit dem andere Menschen ausgeschlossen werden, weil sie angeblich eine Bedrohung für unsere kulturelle Identität und den Raum, in dem wir diese leben, sprich „unsere Heimat“ darstellen.

Heimat macht Politik. Politik macht Heimat

Gerade in Südtirol herrscht die offizielle politische Doktrin des Auseinanderhaltens. Entweder die deutsche Sprache und Kultur ist deine Heimat oder es ist die italienische deine Heimat, ein dazwischen scheint es auch politisch nicht zu geben. Heimat funktioniert hier aufgrund der Fähigkeit des Begriffs, Identität zu stiften und Grenzen zu ziehen, als Einheitskonzept, das eine bestimmte Gruppe definiert und zusammenhält. Die Politik macht sich so Heimat als Herrschaftsinstrument zu nutzen Eine sich einheitlich aufgrund von Kultur, Nationalität, Religion usw. identifizierende Bevölkerung ist nämlich leichter zu steuern, zu regieren und zu manipulieren als eine Gesellschaft, die Differenz als Wert der Emanzipation und Bewusstseinserweiterung begreift. [1]

Gerade weil der Heimatbegriff derart vielschichtig ist, gilt es meiner Meinung nach, die Möglichkeit zu nutzen, uns eine eigene Meinung, ein eigenes Verständnis von Heimat zu bilden und Position zu beziehen. Wir sollten anderen nicht die Definitionsmacht überlassen, wenn es um Themen geht, die unser alltägliches Zusammenleben  und unsere Zukunft bestimmen. Heimat gehört gerade in unserem Land zu jenen Begriffen, die verteidigt werden und vor einseitiger Vereinnahmung geschützt werden müssen. Heimat gehört uns allen!

Dieser Beitrag erschien erstmals als Gastkommentar im Onlinemagazin BARFUSS am 11. Mai 2016.

[1] Vgl. Karl Hans Peterlini (2011): Heimat zwischen Lebenswelt und Verteidigungspsychose, Studien Verlag.